TAKE ME HOME

Dai canili provengono continue urla di speranza, disperazione, tristezza. Urla che però tanti umani non comprendono, o non vogliono comprendere. Preferiscono ignorarle, tanto non è un problema loro. Questi luoghi, i canili, sono mondi pieni di angoscia, dolore, malinconia. Quando i volontari tornano a casa, i cani restano soli, l’infelicità dilaga. Chiusi in gabbia perché non di razza, o troppo vecchi, troppo grandi o troppo piccoli: non li vuole nessuno. A volte salvati dalla strada, a volte nati e morti lì, hanno passato la vita dietro le sbarre, provando a farsi notare da chiunque attraversasse quel corridoio, con l’unica speranza di uscire ed essere amato.

Take Me Home vuole mostrarne la bellezza, lo splendore, l’innocenza. Vuole spingere le persone a non comprare la felicità, ma ad adottarla. La razza non fa migliore un cane, è un artificio voluto dall’uomo che in svariati casi ha creato individui con seri problemi fisici, solo per estetica, per gusto, per egoismo umano. Allora, se vuoi un cane, adottalo, non comprarlo.
Il canile in cui ho fotografato, l’Aidar di Corte Franca, è una realtà buona, con volontari che ogni giorno dedicano la propria vita aiutando le bestiole salvate da situazioni peggiori. Ma non esiste solo questo, esistono realtà terrificanti, canili lager sperduti tra freddo e fame che accolgono cani maltrattati, malnutriti e senza un nome, destinati a morire lì.

Con le fotografie che seguono non ho voluto catturare l’aspetto cupo e triste: ho preferito imprigionare tutta la luce che c’era, cercando di trasmettere un messaggio di speranza.


Ma, poi, gli occhi di queste creature parlano da sé. Ci urlano: portami a casa.





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